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Olivia Spaghetti (this is not a cooking site)

TASTE MY ANSWER   ADD YOUR SALT   

anche l'occhio vuole la sua parte. e io? disse il cuore..

Olivia Spaghetti non è una fotografa nè, tantomeno, una cuoca. non è una Guru e, figuriamoci, se possa essere una scrittrice. non è un’attrice e nemmeno un’artista. è un modo. un modo per mettere insieme tutte queste cose, così da far diventare cibo tutto ciò che ci serve per vivere: la bellezza, l’allegria, la curiosità e, Bruce, l’Universo. con lui, però, è meglio non scherzare troppo.

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food needs also to catch the eye. what about me? told the heart..

Olivia Spaghetti isn't a photographer, She isn't even a cook. She isn't a Guru, She isn't a writer. she isn't an actress and she isn't an artist. Olivia Spaghetti is a way. a way to mix all these things, so as to get food everything we need for living: beauty, happiness, curiosity and he, Bruce, the Universe. with Bruce however, it's better don't joke too much.

Olivia



twitter.com/Lisabencivenni:

    rivoluzione è spendere € 6,74, pagare € 11,75, ricevere € 5 euro di resto e non vergognarsi di chiedere quel centesimo che manca.
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revolution is to spend € 6.74, to pay € 11.75, to have € 5 change and not be ashamed to ask for that one cent missing.

(L.B.)

    rivoluzione è spendere € 6,74, pagare € 11,75, ricevere € 5 euro di resto e non vergognarsi di chiedere quel centesimo che manca.

    revolution is to spend € 6.74, to pay € 11.75, to have € 5 change and not be ashamed to ask for that one cent missing.

    (L.B.)

    — 1 anno fa
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    la libertà è una barca rossa

    Non pensavo che una donna che mangia un hot dog per strada fosse così provocante e mi sono sentita immediatamente Julia Roberts all’inizio della sua carriera; voglio ben sperare che sia stata la maionese perché non ritengo tanto giusto conferire tutto il merito alla mia permanente ancora umida di doccia che, oltretutto, io preferisco così infeltrita come il manto del cane prediletto di mio padre quando si asciugava al sole dopo essere stato lavato alla bell’e meglio con la sistola annaffiando il campo.

    So dove sto andando, a vedere il Cristo velato, sono a Napoli da tre mesi e ancora non l’ho visto, stasera approfitto: c’è la Cappella di San Severo aperta per cinque euro, una cosa di beneficenza e pare che nel biglietto siano compresi anche degli attori che non so bene cosa ci faranno là dentro. Non mi piace andare in certi posti a colpo sicuro, ho visto più o meno dov’è sulla mappa e poi Marco me l’aveva accennato una volta, mentre tornavamo a casa per mano ancora una sera, non così calda come questa che mi accoglie stasera. Marco sembra fatto apposta per queste cose, trova tutto quello che perdo prima che io lo incominci a cercare sconclusionatamente: le chiavi di casa, gli orecchini, il libro di turno da leggere prima di addormentarmi. Insieme a lui ho scoperto la colossale differenza fra dipendere da qualcuno e fidarsi, o meglio, potersi fidare di qualcuno. Così, a tappe improvvisate, chiedendo un po’ in giro senza fretta, sono arrivata davanti all’ingresso della Cappella, ho fatto il biglietto e, dopo che il custode, puntando il laccio della macchina fotografica a penzoloni dalla tasca dei miei jeans, ha creduto di avermi persuasa riguardo l’assoluto divieto di scattare fotografie e far squillare il telefonino, a bocca aperta ho cominciato a mangiare con gli occhi tutto quello che potevo: minuziosi affreschi dai colori così brillanti da far venir voglia di cercare le gocce di vernice ancora fresche sul pavimento, statue di marmo bianchissime, lucide e soprattutto dalle vesti così sottili e leggere da non resistere all’istinto di soffiarci sopra per vederle svolazzare nell’alito leggero, gli attori in costume a fungere da guide che interagivano con me e quegli altri pochi visitatori della prima ora. Non so come spiegarlo, non ho avuto nessuna voglia di rubare nemmeno una fotografia, non mi sono fatta prendere dalla smania di fare qualcosa che non si può fare esclusivamente per il gusto di dire, senza per giunta essere stata interpellata prima, “guarda ho fatto una foto al Cristo velato” solo per sentirsi rispondere “wow, come hai fatto? Sono severissimi là dentro”. Mi sono gustata la messa in scena posticcia che si confondeva con quella vera di un corpo di pietra disteso in mezzo alla sala che sembrava più vivo della mia carne irrigata di sangue e ho aspettato che se ne andassero tutti per ascoltare da sola in un cantuccio il violino suonare.

    Anche se, a detta di chi c’era stato prima di me, quella celebre scultura avvolta, oltre che nel velo di marmo, in un nugolo di misteri e leggende confuse fra magia ed alchimia, aveva fatto piangere di commozione anche i più insospettabili io non sono riuscita ad emozionarmi a tal punto però , ad essere onesta, una cosa mi ha fatto venire letteralmente i lucciconi agli occhi: l’amalgamarsi all’atmosfera rarefatta, alla magia impalpabile di quel luogo incantato, della familiarità irruenta dell’odore di pesce grigliato che sgattaiolando da qualche basso attiguo riempiva a mano a mano indisturbato tutta l’aria a disposizione.

    Ammantata anch’io da quel velo che avevo finalmente visto mi sono sentita come alleggerita d’un debito e libera così di ricordarmi della pallottola di carta acciuffata sul divano di pelle marrone della libreria vicina mentre chiedevo l’ultima indicazione per la Cappella di San Severo, l’ho srotolata. Uno scontrino dentro a un classico tovagliolo da bar sporco di cioccolata: sullo scontrino da 2 euro c’era scritto il nome della cioccolateria due passi più in là. Senza pensarci troppo l’ho raggiunta e ci sono entrata come se fossi automaticamente passata in un’altra dimensione. Quanti gusti, mi lascio superare da un paio di turisti esigenti che non si accontentano mai, ma poi, richiamata all’effimera inevitabile urgenza del momento dalla ragazza al bancone, chiedo un cono da due euro solo cioccolata fondente con fave di cacao e panna. Solo un gusto e il cono di quelli che sembrano rompersi solo al desiderarli, come quelli delle domeniche in Via Maestra. Al banco c’era Anna, un’amica di mia nonna, ormai complice del mio buffo stratagemma di rompere la punta del cono: pretesto valido per farmene dare un secondo a fare da custodia al primo ormai difettoso. Mentre mi lascio perdere seguendo i suoni, la musica, le voci, gli odori e le biglie dei bambini che fanno a gara ad essere più indipendenti dei cani che non conoscono guinzaglio, sprofondo in quel cioccolato già caldo di rigoli veloci che muoiono nell’incavo stretto della mia mano, le fave di cacao s’incastrano nei denti, è una strana commistione: la panna e il cioccolato mi fanno tornare alla velocità della luce in quella gelateria semplice, senza fronzoli, come se non fosse altro che il proseguimento della cucina di casa, i grumi duri di cacao invece mi scaraventano a pochi mesi fa, in un monolocale sgangherato di periferia, sere da sola, tanta malinconia ben spesa per un pezzo di cioccolato caro da non dormirci la notte ma che faceva tanto chic nelle sere di aperitivi e chiacchiere da post Teatro dell’Opera.

    Faccio una fotografia alla piazza colorata, alla gente che balla, con l’unica speranza di riconoscere, una volta scaricata nel computer, mia nonna in mezzo a quelle figurine lontane, mia nonna che è nella saliva del tovagliolo col quale mi pulisco vigorosamente la bocca fino al collo, mia nonna è diventata una pezzola di stoffa sul mio viso, ora vorrei solamente che quell’alone dolciastro divenisse indelebile.

    Giro la testa e scorgo il bar del primo caffè, dei primi rituali da imparare, l’acqua da bere rigorosamente prima di affrontare la tazzina incandescente; mi scopro a indovinarne la marca confrontando il disegnino sulla tazzina con quello delle bustine di zucchero un po’ più distanti e mi sorprendo nel considerare che in un non ben identificabile prima avrei fatto il contrario, ma da quant’è che bevo caffè amaro e, come se non mi bastasse questo, mi crogiolo goduriosa nel rimasuglio intenso del gusto che scivola via piano piano dal fondo della lingua ?

    Uscendo non mi saluta nessuno, si rimettono a parlare come se avessi interrotto qualcosa di intimo; l’intimità di un bar è come l’intimità di una sala d’aspetto più piccola, non ci sono treni né fischi ma pensieri, espressioni e impronte dei soliti avventori che vanno e vengono senza fermarsi mai. Ho bisogno di andare al mare, d’inseguire un gabbiano che rapisce il mio sguardo stralunato. Non ci sono abituata ai gabbiani, li guardo come se fossero fantastici uccelli esotici, qui invece non ci fanno caso, come non fanno caso alle bizzeffe di indiani colorati, di cinesi schivi, di chiassosi senegalesi che ogni giorno si mischiano in questi vicoli senza, alla mia apparenza, dover rendere conto a nessuno del loro peregrinare. Raccolgo il residuo bellico a colori di un noto fast food e lo butto nel primo bidone della spazzatura a disposizione perché adoro essere guardata come una strana ed eroica creatura mentre lo faccio, qui come in tutte le strade e le piazze del mondo; è come fare un sorriso nel bel mezzo di una fila alla posta o dire grazie a chi ha soffermato l’automobile solo intravedendoti da lontano per lasciarti attraversare proprio nel punto che hai scelto tu personalmente in barba alle strisce pedonali.

    Prima del lungomare c’è una strada a due corsie, è larga, ma meno del traffico che la trasforma in un artefatto moto perpetuo e, per la prima volta, trovo questo fenomeno, ormai assimilato nella vita di ognuno di noi, innaturale, addirittura osceno da sopportare. Urbana superstite costeggio un parco giochi, accenno un sorriso al suono dell’inconfondibile campanella di fine corsa e poi mi faccio quasi prendere alla sprovvista da una canzoncina fra il metallico e lo stucchevole che fa  “Com’è bella la vita del bucanier, navigando in mezzo al mar..” e mi sembra che qualcuno abbia fatto la spia: voglio raggiungere un pezzettino di porto appartato per salire di nascosto su una di quelle barche tutte scassate che nonostante sia saldamente legata mi mozza il fiato, non sono avvezza all’obliquo ‘ciaf ciaf’ e ho paura di ritrovarmi nell’acqua salmastra, che anche se mare più mare non è, a testa in giù. Ho in tasca un palloncino rosso, l’ho trovato per terra mentre una mamma acerba ma non sacrificata nella sua gioventù si destreggiava fra il passeggino e la busta della spesa, lo voglio gonfiare con i miei polmoni forti e insopportabilmente puliti per lasciarlo poi cadere piano sull’acqua semi-ferma, perché la libertà non è altro che una barca rossa che esce lentamente dal porto a testa alta in una notte d’estate come questa.

     

     

     

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    — 2 anni fa con 1 nota
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