che poi non era altro che la versione low cost dell’agente immobiliare, si fece trovare esattamente all’angolo della cioccolateria artigianale, come le aveva detto al telefono. lei, seppure l’avesse già scorto con la coda imbellettata dell’occhio, finì d’ammazzare il tempo che gli aveva concesso in più appuntellata all’altro cantone del vicolo e gli andò incontro nascondendo magistralmente ogni strascico dell’insofferente tedio: “scusami per il ritardo” “figurati, avevo alcune commissioni da sbrigare” sorrise soffermando più del dovuto lo sguardo sulla cravatta a strisce colorate, apprezzabile compromesso fra l’ufficio e i murales del quartiere.
con l’aria svagatamente meravigliata della turista, lo seguì per quelle viuzze cercando di non rubargli la soddisfazione di condurre il gioco. “quarto piano senza ascensore ma, in compenso, il portone è piuttosto importante, specie per una scrittrice” disse impicciandosi fra le chiavi e l’impietoso fiatone, “imponente” replicò lei con una fulminea nota di vanità nella voce, maledicendosi tra sè e sè per non essersi morsa la lingua.
la piccola casa finiva appena messo il piede oltre la soglia di pietra serena, però era piena di luce, soprattutto considerando quell’ora accavallata fra il pomeriggio e la sera di quella volubile giornata d’inizio aprile. due battute sulla sua sospetta abilità nel fare un buon caffè, poi lui la invitò a sedersi dall’altra parte del tavolino pieghevole e, rimanendo dietro le lenti scure, le spiegò per filo e per segno tutte le condizioni della locazione. lei, invece, non ebbe bisogno di troppi discorsi per dettare le sue: in ogni caso si sarebbero risentiti il giorno successivo.
(da “Il libro che non ho ancora scritto”, L.B.)